

Sogno notti magiche.

Andavamo in guerra perchè il nostro paese ce lo chiedeva, perchè il nostro nuovo presidente Lyndon B. Johnson ci aveva ordinato di farlo, ma soprattutto perchè lo ritenevamo nostro dovere.
Era una forma d'amore, di dedizione.
Un altro sentimento ancora più forte, nacque spotaneo sui campi di battaglia, come su ogni campo di battaglia in ogni guerra che l'uomo abbia mai combattuto. Scoprimmo in quel posto infernale, deprimente, dove la morte era compagna inseparabile, che ci importava l'uno dell'altro. Ammazzavamo per i commilitoni, morivamo per i commilitoni e piangevamo per i commilitoni. E nel tempo arrivammo persino ad amarci come fratelli. In battaglia il nostro mondo si riduceva all'uomo alla nostra sinistra e all'uomo alla nostra destra e al nemico tutto attorno. Avevamo in mano le vite dei compagni, perciò imparammo a condividerne le paure, le speranze, i sogni.
Eravamo i figli degli anni Cinquanta e i giovani seguaci di John Kennedy all'inizio degli anni Sessanta. Il presidente garantì al mondo che gli americani avrebbero "pagato qualsiasi prezzo, sopportato qualsiasi fardello, affrontato qualsiasi traversia" pur di difendere la libertà. Noi eravamo la caparra di quel contratto esoso, ma l'uomo che l'aveva firmato non era più li quando rispettamo la sua promessa. John F. Kennedy ci aspettava su una collina nel cimitero nazionale di Arlington, e negli anni arrivammo a migliaia a coprire quei declivi con le nostre lapidi di marmo bianco, per chiedergli, sul fruscio del vento, se quello era davvero il futuro che aveva immaginato per noi.